visita psichiatrica al centro DAI

Io mi trovo in sala d’aspetto, con me ci sono altre due persone. Donne. Faccio caso al fatto che in  questo reparto pazienti e medici sono solo donne, magre.  Che ovviamente portano le mascherine del Covid.

Le mascherine, ma credo che i medici lo abbiano ormai capito,  complicano non poco l’impatto del primo acchito con un medico che incontri per la prima volta, perché per mantenerci tutti in sicurezza,  manca però purtroppo la prima forma di cura che offre un viso intero a un nuovo paziente, uno specialista a cui devi affidarti, le  espressioni sottratte allo sguardo del paziente, sono espressioni  mai viste prima a cui dare fiducia doppia,  perché siamo lì per chiedere Aiuto a persone finora sconosciute, e oggi visi sconosciuti.

Passa nel corridoio una donna bionda,  sui 45 anni, mai vista prima,  figura curata e esteticamente piacevole, indossa un camice bianco e deduco che sia un medico.. e dal corridoio, davanti la porta della sala d’aspetto,  la  sento chiamare genericamente: “per la visita psichiatrica??”  Quindi deduco che sia una psichiatra.

Ci sono io.. mi alzo, la seguo.

In quel momento il mio umore è neutro, sono in attesa degli sviluppi , ho anche un certo timore, ma in tutta onestà non ho di certo sentimenti ostili.

La probabile psichiatra mi indica una porta di una stanza, entro e mi accomodo nella sedia di fronte alla scrivania.

Presumo, con il lavoro che fa,  che lei conosca i miei sentimenti in quel momento, le mie paure, la mia fragilità nell’affrontare questa visita speciale, ma lei non fa niente per mettermi subito a mio agio, non si presenta. Non dice buongiorno, io sono la dottoressa Stefani ecc..

Io lo faccio:  salve, io sono A. M,  si siede di fronte a me con fare sbrigativo, guarda il monitor del PC e non si presenta.  Mi dice come prima cosa che  abbiamo solo 20 minuti.

Penso: quindi? Il  senso della visita è quello di redigere una rapida classificazione diagnostica, fatta in fretta e furia senza conoscere me, se non sommariamente, volando, diciamo?

Mi chiede dove sono le prescrizioni per le visite mediche che devo affrontare per ottenere una diagnosi, come se solo per il fatto che io sono seduta lì davanti a lei, dovessi averle in modo scontato.

Nervosamente  dice: spero che siano qui e apre un cassetto. Non ci sono, mi chiede come mai non le ho.

Ma non faccio in tempo a replicare perché lei intanto  si alza nervosamente esce dalla stanza  e mi dice che le avrebbe dovute fare la mia dottoressa di base, che lei mi sta facendo un favore!

Ma che favore? Sono una paziente  e sono nel reparto specialistico per i disturbi del comportamento alimentare di un ospedale, non sono  previste le prescrizioni?!! E allora, perché ora dunque me le fa lei? Mi dice che mi sta facendo un favore e con questo fare, questa modalità produce l’effetto  che il favore si estenda proprio all’atto del farmi la visita.

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Durante il triage telefonico causa Covid, la psicologa che mi ha risposto al numero che ho chiamato il 17 aprile 21,  mi ha chiesto  solo di portare una richiesta del medico di base per effettuare la visita con la psicologa e poi mi ha dettato una lunga lista di analisi. Alla prima  visita, quella  precedente a quella psichiatrica, con la Psicologa Dr.sa L. ho portato la richiesta del mio medico di base con la dicitura: colloquio psicoclinico, o qualcosa del genere. La psicologa stessa, mi ha informato che le altre richieste per le visite previste per l’iter di tipo nutrizionale e psichiatrico, me le avrebbero prescritte loro e che anche in seguito avrei dovuto regolarizzarle al CUP, come ho fatto.

Io cerco comunque di “collegare” al meglio i toni,  dico alla psichiatra di non preoccuparsi, perché in effetti  io ho l’esenzione ticket C03 per la mia invalidità al 67% e dunque non pago più il ticket per  le visite, devo solo farle timbrare. Ho avuto un aneurisma cerebrale, aggiungo. E la psichiatra: il 67% per un aneurisma?

E io dico a quel punto, sentendomi sempre più a disagio, le dico, come se non bastasse,  che ho altri problemi, che ho la fibromialgia.. e all’improvviso non mi ricordo più che ho anche l’ipertensione. Ora mi sento in una situazione così assurda che perdo  i colpi e un po’ di presenza di spirito. Soprattutto perché io so, sono consapevole per tutto il tempo, che ho bisogno di aiuto, mentre lei mi sta portando su tutt’altro piano, come se i ruoli medico paziente e la relazione di cura, ma diciamo anche le buone maniere,  fossero annullati.

E la psichiatra senza nome e cognome, mi dice sempre con tono di certo non gentile: questo me lo sta dicendo lei!  Ce l’ha il tesserino?

Questo fare inquisitorio e veramente ingiustificato, mi stupisce in primis ma mi fa sentire anche fragilissima, e mi scatena dentro una sensazione di grande trambusto,  mi chiedo che modi sono mai  questi?  Io a quel punto neppure mi ricordo più che il tesserino dell’esenzione ce l’ho!!! Sta nella cartella che ho portato con me!

Le chiedo: scusi, ma che  dubita di me? Le dico: neppure si è presentata e dubita di me?

Poi mi ricordo che sulla mailbox della posta nel cellulare ci deve stare una prescrizione col maledetto codice 03 che giustifica inequivocabilmente le mie affermazioni sulla mia invalidità.  Glielo mostro e  capisce che ho detto la verità. Stronza.

Esce di corsa col camice svolazzante e non so dove va, probabilmente a informarsi sulle mie prescrizioni, a scriverle..rientra, e già sono passati alcuni minuti dei quali io non ho né colpa, né all’inizio della visita  percezione, ma lei mi fa notare nervosamente che sono già passati 12 minuti! Nessuno mi aveva detto di portarle al triage telefonico, anzi, la psicologa mi ha detto che le avrebbero fatte loro (ste cazzo de ricette, penso io) … Penso: ma che organizzazione hanno? Ma ..che non si parlano, tra un uffiico e un altro? Tra un collega e un altro? In che mani sono?

Mi dice che per questo, abbiamo già perso 12 minuti!

Le chiedo a quel punto,  se in 12 minuti  pensa che sia davvero possibile capire la storia di una persona e i suoi vissuti.

I minuti diventano LA questione centrale come se io all’improvviso fossi lì come per caso, per ingombrare il mondo, e non perché Lei ha scelto di fare questo lavoro di cura di una sfera così immensa come i disturbi della mente, e perché io sono in uno stato di fragilità.

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Mi scatena uno stato di ansia questa modalità, mi offende come persona. Ma soprattutto, perché lo fa?! Perché si permette di comportarsi così con un malato?!

Suona intanto  il telefono fisso sulla sua scrivania, Lei risponde davanti a me  mentre il tempo destinato alla MIA visita,  scorre inesorabile; intuisco che dall’altro capo del telefono c’è una paziente, la psichiatra le risponde prima nervosamente conservando il tono della conversazione finora avuta con me, poi chiama per nome la persona che ha chiamato, la riconosce  e cambia tono, diventa subito  più gentile e consultando un’agenda, prende una appuntamento, sempre davanti a me  che mi sento presa in giro da questa della telefonata durante la mia visita, opzione inappropriata durante una visita che contrasta inoltre con  la dichiarata gran fretta della psichiatra, e  mi chiedo, con nervosismo crescente, se la telefonata occorsa  sottrarrà  altro tempo  a me dedicato e quanti minuti ho ancora a disposizione secondo il dogma del 20 minuti a testa. (del cazzo)  A quel punto, mentre lei parla al telefono,  mi alzo, e esco dalla porta finestra aperta a cercare un contegno camminando sulla terrazza, Lei continua a perdere i miei minuti mentre io faccio dei respiri lenti e cerco di trasformare questa situazione dentro di me, ma quando rientro e mi siedo di nuovo, scrivo perfino un sms al mio neurologo in cerca di una sponda amica. Lei chiude, riprende il discorso con me ma subito dopo riceve pure un messaggio sul suo cellulare privato e di nuovo si interrompe e lo guarda. A quel punto io mi incazzo veramente e dico a voce alta e ferma: NO! E lei risponde: No, cosa??  Dico che questa modalità non è comprensibile che non è una modalità accogliente.. Provo allora  un desiderio assoluto di andarmene. Lei si storce moltissimo che io le faccio notare la distrazione del messaggio che è arrivato, e mi chiede se per caso voglio io decidere per Lei! Mi chiede (Lei a me) inclinando di lato la testa a tre quarti, se ho un problema di persecuzione.. cioè usa  la parola persecutorio riferita al mio comportamento.

E in quel momento  lo ha detto quasi come alludendo, dalla sua posizione, a  un monito..  

Ma quindi.. ha già confezionato la mia diagnosi?  Ha forse  già emessa osservando una condizione di stress che Lei stessa ha posto in essere nel relazionarsi in quel modo con me..? Perché in quella posizione di forza rispetto a me, Lei è la persona che mi formulerà una diagnosi, io sono quella che non potrà opporsi alla sua competenza.

Comunque in tutto questo la mia richiesta di aiuto è annullata, questo è certo. Sì, mi sento provocata da questo fare ingiustificatamente sterile e nervoso, un fare da Servizio Pubblico di quello peggiore, quello che troppe volte ho visto nella mia vita, quello che se poi ci vai a pagamento scompare. Tuttavia  riprende la visita, mi fa domande, io sono già confusa e più che innervosita, è una esperienza veramente molto spiacevole e  glielo dico, e le dico per la seconda volta che io mi chiamo A. M.   La dottoressa  mi chiede se dunque la considero maleducata.. alza il tono e qualcuno dal corridoio chiede che succede… tutto ok..ma continua a non presentarsi  e mi incalza con tono aspro dicendomi se per caso voglio IO fare anche la mia diagnosi.

A quel punto io sono ferita e  ho già imbastito nella pancia e nel petto,  lo stato d’animo che porta sul punto di piangere. Sento una sconfitta cocente e potente della mia richiesta di aiuto, sento che la situazione è  indifferente alla mia condizione.. Eppure questo disastro non è il solo e unico sentimento che provo, voglio anche superare a tutti i costi questa situazione e non so dove trovo il controllo, ma  le dico di provare entrambe ad azzerare la situazione cambiando i toni.. forse avrei tutto il perfetto diritto di andarmene e qui sarei classificata come una matta, di tanti che se ne vedono  agli occhi del personale del reparto, ma rimango lì. E forse se

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resto , è un tentativo di conservazione e di sopravvivenza, di auto protezione, se infatti uscissi da lì in queste condizioni, sarei distrutta, ancora più sola. Riarsa. Questi psichiatri hanno un potere immenso sull’impatto emotivo di un paziente. E ne sono consapevoli.

Poi accade l’impossibile. l’inatteso. La cosa che bamm!

Nel giro di poche parole Lei mi offre a quel punto un appiglio di cambio di rotta, di pace, fa un gesto di cortesia, inclina la testa sulla spalla come a cercare un gesto dolce per un bambino  che io non mi aspetto per nulla, che mi prende alla sprovvista, che suona falso come Giuda e io mi sento letteralmente crollare, cioè mi crolla proprio la testa in avanti a ciondoloni, incapace di dire che sono offesa, allargo il cuore a 360 gradi a chiunque, chiunque faccia ora un gesto che  mi tiri su perché io sto male..  in fondo non vedo l’ora che questa tortura si capovolga, la dottoressa all’improvviso cambia tono? Non ha più fretta, mi ascolta? La smette di avere quell’atteggiamento? Ok..io non capisco perché lo fa, è tutto assurdo, ma in quel momento ne ho così tanto bisogno che.. accetto. Prendo e sto!

Mi ha manipolato? Chisseneimporta.. stronza fammi tornare in equilibrio!!

Ma è stata una prova enorme per i miei nervi.. cancello con la volontà quello che è accaduto prima tra me e la psichiatra, e mi riesce anzi assurdamente incontrollatamente spontaneo, mi sgorga ..da dentro.. mi si capovolge l’anima come a un burattino. Lei mi chiede le analisi e, io ora finalmente  trovo pure  il maledetto tesserino nelle carte che ho con me, ma intanto mi sorprende molto la mia emersa autentica  volontà di cancellare quel disagio accettando il cambio di tono e di modalità che ora, la psichiatra mi offre.. Insomma.. basta,  la perdono, fine. E’ assurdo. Beh: fine!

Mi chiede dell’aneurisma, il quando, il come, le dico che ho ancora diplopia, e che se la guardo dritta la vedo bene, ma se mi abbasso e alzo solo gli occhi la vedo doppia. Lei scherza, ora, mi dice che vedo doppia una faccia che non mi piace … Mi  ammorbidisce così di nuovo, tempera il mio umore. Lei intanto scrive delle cose sulla mia scheda di paziente, poi  mi chiede perché sono arrabbiata, io le dico per piaggeria che forse sono permalosa, ma di certo non arrabbiata, ho vissuto degli eventi molto drammatici negli ultimi 5 anni e dunque sono colpita, arresa,  ma non arrabbiata.. Lei mi chiede qual è il centro del mio problema e io a quel punto mi scopro a dire: una immensa tristezza.. e mi mi sgorgano le lacrime che ora si fradicia la mascherina.

Incredibilmente, IO rimetto il mondo a posto, ci lasciamo in modo esattamente contrario a quello dell’arrivo.. Lei mi dice che sarà difficile che io ritrovi la fiducia in Lei, impossibile in così poco tempo, anche se le ho stretto una mano tra le mie in segno di rinforzo di volontà di serenità tra noi,  e alla fine, la dottoressa aggiunge che comunque lei si chiama dottoressa S.. La visita è finita faccio per prendere le scale e mi giro  e le dico che per me è stata una cosa molto importante, lei mi replica che lo è stato anche per lei.

Poi oggi arriva la diagnosi  e c’è scritto che ho vissuti persecutori… !

contabilità

IL DEBITO

Ho bevuto un intero fiume di rose rosse

E suono come il tasto sghembo d’un pianoforte.

Il mio campo minato di notte è

Illuminato dalle bombe.

Muri spessi come un esercito. E la tua risata

È una risata di guerra

Aperta come un piede di lattuga. Che mi sorprende

Sempre

Come la scoperta di un archeologo.

Inspiegabile felicità di essere vivi.

E morti, dopo pochi respiri insabbiati.

Quando si diventa fantasmi, si dimora in luoghi di

Pietra rosa lavorata dai soffiatori di vento.

E’ il debito. E si paga andandosene.

SENZA UN LIBRETTO DI ISTRUZIONI PER L’AMORE

                                                  

LE OSSA E LA CARNE

Gratta via dal mio scheletro la carne

Amore che passi

Riempiti le mani del mio balbettio

Arrossito

Scuoti i miei rami gravidi

Bevi la mia saliva dal mio corpo cavo

Il mio fiume stellato e notturno

che a ogni ora

disegna l’ombra accanto al mio passo.

Dimentica, e torna

E dimentica ancora.

Qualunque sia il tuo nome

L’antica cicatrice cancella

Affonda la tua schiena tra le mie gambe

Raschia il viola della mia chiglia

La polpa viva assaggia e dimentica.

SULLA MALVAGITA’ capitolo 1 E 2

CAPITOLO 2 (SULLA POVERTA’ D’ANIMO E SUL MOBBING)

IMPARA A FISCHIETTAR 

Dopo aver lanciato il tuo maligno arpeggio nell’aria

fingevi chirurgica indifferenza, mimando esperienza,

concentrazione. E allora t’ho guardato la faccia ricurva sul mento,

da sotto, come si guarda un sifone che perde.

Cercavo quello sguardo che è pari alla tua statura morale

per ributtarlo dentro di te con la mia dignità e il mio profondo 

inaffondabile

sense of humor,  quell’occhio verde pieno di uova nere di serpi,

e l’altro normale, nella sua orbita,

come se niente fosse di quel covo di bisce inchiodato nell’iride. 

Come se il male si potesse ignorare ostentando normalità.

Come se un rasoio di gesti non scintillasse catturando lampi.

Il segno della tua indole di ottuso rapace senza prede, e della crudeltà, sono lì,

in quel segno nei tuoi occhi scaleni.

Vana ogni tua omissione al riguardo, vana ogni riservatezza.

Tutto parla di te e delle tuo notti a calcolare

il punto esatto dove ferire con misure e gesso da sartina. 

La tua schizofrenia algida che cova e sobbolle

esce allo scoperto nella tua mania di pulizia,

il tuo falso bottone a lutto sul petto.

Il tuo incisivo rotto, mai curato, mostra la scarsa cura che hai di te.

E del prossimo.

Il pollice tarchiato, i tuoi movimenti rigidissimi,

raccontano la stitichezza della tua vita, l’arsura della tua famiglia

e la visione esagerata che hai di te nel tuo lavoro.

La tua infelicità si affaccia. Sei la tua stessa eclissi.

Il bavaglio di ogni licenza del cuore.

Il tuo passo e la tua voce arcigna sfrigolano come insetti

nei fuochi che per godere accendi in chi è costretto a frequentarti.

Nulla di ciò che semini potrà germogliare per la tua congenita sterilità.

Sembri un prodotto fantastico e invece sei reale.

La tua superbia è un uomo nudo al balcone che tutti indicano.

La tua pochezza e i tuoi giudizi avvelenano le mie canzoni,

e i  fiori colorati che continuano a spuntare incoscienti per tutta la strada di casa mia,

e sui miei vestiti, sulle mie collane, e perfino sui denti,

sotto la suola delle mie scarpe da Mary Poppyns

e nel mio sorriso sempre pronto.

Quei fiori che tanto ti stizziscono sono davanti a te

a raccontarmi e dunque a raccontarti

come se fossi ormai una moneta fuori corso

per la futura collezione  di un povero diavolo in cerca di qualche vecchia rarità

UNA CHE FREQUENTA CERTA GENTE…

UNA VOLPE ROSSA IN MEZZO AL GRANO

La tua faccia  è dentro ai miei occhi

è un laccio di seta e stringe le mie gambe

il desiderio è una volpe rossa in mezzo al grano.

Lo sguardo  sa di mandibole.

La bocca brucia

 è un anello di saturno sul tuo sesso.

Il filo dei denti lustro di saliva

La lingua  nuda cerca i miei sussulti.

Un secchio accanto all’altro

Travasiamo lo scandaloso amore

Occhi vuoti e chiusi o aperti e pieni di verde

e di rocce rosse strappate a morsi dal vento delle tue mani.

Occhi di rana stellata.

Il sale brilla del suo quarzo e mi gorgoglia in gola

Come una risata.

Il tuo rosario mi rimesta il grembo

La tua santa ascolta con la voce roca

Mentre ti gira la schiena e va via

La notte ha la punta della coda nella sua bocca.

CAPITOLO DEI MATRIMONI

Mi portavi addormentava verso l’alba      

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Hai tolto i pesci rossi dalla bolla

Ci galleggiano ora alcune fette di limone,

È il tuo delirio d’onnipotenza che mi ha fatto accucciare

Disarmata

Sotto il quadro dell’impianto elettrico pericolante e vetusto

Sperando di morire come per caso

Per dispetto,

Al tuo primo sputo indigesto

Alla tua stizzita secchiata d’acqua  gettata sui  miei cavi spellati.

Io, so rimettere in vita i tuoi morti

Io, l’ho già fatto, mentre mi portavi di notte

In carrozza nel deserto .

Aperta la bocca, si sente il vento che rimescola

Le linee della mano, senza poterle cambiare,

Tanto che anche chiudendola  se ne coglie il ruggire,

Il tormento inarrestabile come d’inferno acquatico.

Quella buca che tempestavi di canditi  e corallini rossi

Sembrava la più preziosa delle pietre,

La risata che fa volare via gli uccelli dal ramo,

 che scaccia padri e diavoli

più veloce di un’idea

più azzardata del viaggio che compie il mio sguardo

e io mi voglio svegliare da questa vana terra promessa

e con la mia preghiera zoppa

scagliare il mio grido tra le stelle

e se nessuno risponde trovare pace, comunque.

                                                                         

tutti i padri vengono per nuocere

LA SCIA DEL SANDALO

Si trascinava, e dietro di lei dietro la scia del sandalo;

 lo teneva per il laccio

Tanto che strusciava a  terra.

S’arroventava le palme dei piedi sulla sabbia rossa 

Ci avrebbe fatto il giro del mondo in quel modo

Insensibile al fuoco sotto i suoi passi.

L’altro sandalo non si sapeva dove fosse;

Non se ne curava affatto.

La pelle esausta per i colpi ricevuti

Lo spavento disegnato ancora sugli zigomi.

La buccia lucida degli occhi scoppiava nella contrazione del disastro

Nel passo senza guida.

Nell’incognita del segno ricevuto per sempre.

Sembrava ubriaca.

Non sentiva più  il fischio della frusta spostare l’aria sul suo corpicino

Azzannare il vuoto prima di divorarle le cosce

I glutei scoperti e contratti dal dolore

Tanti colpi quanti dettava la sconsiderata pena inflitta

L’allarme di quel fischio orrendo non lo sentiva più

Due giri di catene intorno al cuore.

Girovagò per tutti i suoi anni senza saper ascoltare le voci intorno

La scatola del cranio infestata di ortiche, le manine cucite sul petto.

Camminava senza direzione

Affondando i passi  nel fuoco graffiante dei granelli

Sembrava  un’amaca  tormentata da un fantasma

Sembrava una marea, attratta dalla luna.

Finché l’ultima luce non calava addosso a ogni disgraziata pena

                                                              

titolo aggiunto

coazioni a ripetere

sento il rumore che fa l’ossessione


l’ ottusa spirale

fa il movimento propulsivo d’una medusa 

smonta uno a uno i bulloni con movimenti circolari

penelope velenosa seduta al telaio

nell’officina del suo eterno testamento

con attrezzi da scasso

con battiti regolari del cuore

con il pane e il vino

e l’operosa rinuncia

scintilla                                                                                                                       

glaciale e ustionante come una cometa.

preghiere, salmi, canzoni d’amore

IL RABBINO

Saliamo le scale facendo finta di non conoscerci, ma il cuore

ci gratta lo sterno  a forza di pallonate gonfie di sangue

e meraviglia strozzata in gola.

Ci vengo col vestito su in soffitta, con te.  A infilzarmi dei tuoi sguardi

e della tua corona di spine; non sei mai stato uno qualsiasi.

Non l’ho pensato neppure quando ti ho visto

la prima volta

col risvolto ridicolo della giacca grigia troppo corto, dietro

e le tasche  deformate, piene di cose perse, la camminata distratta.

Guardi l’ombra dei miei capelli sul piano grigio

e dici che sembrano il becco d’un uccello,

ci aggiungi un ramo con l’ombra del tuo dito

sali qui sopra deliziosa colombina

vieni qui a baciarmi le dita. A baciarmi

con la tua bocca d’ametista.

Aspetti  il mio sguardo stralunato dalle tue invenzioni, 

i miei occhi elettrici,

mi baci il collo, rimani fermo come se fossi 

lassù,

volato su un pianeta lontano

poi torni festante come il vento sul grano 

sui miei capelli d’uccello. Vieni per volare.

Mi abbracci, mi dondoli le spalle imprigionate

e butti fuori sospiri e piccoli sonagli dalla bocca e parli, parli,

come chi ha perso la ragione.

Mi strusci addosso il tuo sesso e dondoli,

mi fai oscillare con te cantilenando il mio nome,

dondoli  come un rabbino la tua preghiera lamentosa,

 anima mia, anima mia, anima mia..cancella il tuo lutto e prendimi.

Prendi la mia lingua nella tua bocca,

anima mia, anima mia, anima mia, accoglila nella chiostra dei denti,

 il mio fiato ingoia.

Continui a dondolarmi con un abbraccio disparo

e mi sollevi il vestito.

Sono ubriaca come una pietra nel fondo del tuo lago amaro, 

di te e delle tue visioni.

Ecco, stringo il sedile freddo del lavatoio e ti circondo i fianchi

con le gambe e aspetto i tuoi rintocchi di campana

con gli occhi chiusi.

Incendiami, rimesta dentro di me la luce nascosta nel mio ventaglio. 

Anima mia, anima mia, anima mia.